Carne, pesce, latte e uova

Come funziona l’industria del latte

La mucca destinata alla produzione di latte subisce innumerevoli violenze.

Innanzitutto, viene ingravidata con l’inseminazione artificiale per consentire all’allevatore di programmare la mungitura.
La lattazione e quindi la produzione è possibile infatti solo dopo la nascita del vitello, che viene separato dalla mucca subito dopo il parto.

La madre lo cercherà invano per giorni. Suo figlio, costretto ad una alimentazione artificiale, se maschio verrà macellato entro pochi mesi (per produrre la ”vitella da latte”), se femmina trascorrerà alcuni anni, imprigionata in un allevamento, a figliare per produrre latte. In ogni caso, tutti questi animali sono destinati al macello.

Dopo il parto, la mucca ”da latte” produce latte per circa dieci mesi. Negli allevamenti, però, viene nuovamente fecondata ancor prima che la lattazione finisca, per la massima continuità della mungitura. Il regime di sfruttamento è molto pesante: dopo quattro-cinque cicli di lattazione con relativi parti di vitelli, la mucca comincia a perdere ”produttività” a causa di malattie come le mastiti, indotte dalla mungitura continua, quasi sempre meccanica, o semplicemente per l’eccessivo sfruttamento. Per l’allevatore è quindi più redditizio mandarla al macello e venderne la carne, sostituendola con un animale più giovane ed ”efficiente”.

Così, una mucca che in natura potrebbe vivere fino a quarant’anni, chiusa in un allevamento o in una fattoria biologica viene uccisa dopo pochi anni di sfruttamento. Essendo relativamente a buon mercato e di produzione nazionale, le mucche ”da latte” forniscono molta della carne che troviamo nelle macellerie italiane, e negli hamburger di McDonald’s.

L’indotto legato alla macellazione dei bovini è vasto: la pelle è utilizzata per confezionare scarpe, vestiti, arredi; il collagene viene impiegato dall’industria cosmetica; la gelatina è usata nella produzione di pellicole fotografiche; con le ossa sono realizzati filtri; gli ”scarti” (corna, unghie, sangue…) diventano concime.

Nell’immaginario della maggior parte dei consumatori, i bovini vivono su pascoli felici, donandoci con piacere il loro latte. Si tratta di una fantasiosa costruzione pubblicitaria: nel mondo reale, nessun allevatore – neppure in un allevamento biologico – potrebbe permettersi il mantenimento delle mucche, quando diminuisce o cessa la loro produzione di latte.
Tantomeno potrebbe evitare di uccidere i vitelli maschi, fatti nascere unicamente allo scopo di forzare le mucche a produrre latte. Per mantenere un numero così grande di ”capi improduttivi” occorrerebbero infatti estensioni di terreno e quantità di risorse tali da rendere fallimentare qualsiasi tipo di allevamento.

Le mucche sono quasi sempre munte meccanicamente anche nei piccoli allevamenti. Questa pratica causa dolorose infezioni agli animali e gli allevatori somministrano loro grosse quantità di antibiociti per cercare di arginare il problema. Non riuscendo ad evitare la formazione di pus che inevitabilmente in parte finisce nel latte.

Il latte vaccino è necessario… ai vitelli

In natura, nessun animale beve il latte di un’altra specie, né, una volta svezzato, continua a bere quello materno. Non stupisce, quindi, che molte persone siano intolleranti al latte vaccino. L’industria alimentare, per vendere, commercia tipi di latte modificati “per ogni esigenza”, compreso un latte per chi è intollerante.

La verità è che una dieta equilibrata, a base vegetale, fornisce tutto ciò di cui ha bisogno il nostro organismo.

La ricerca biomedica, inoltre, mostra come l’assunzione di latte e latticini sia collegata a diverse patologie: diabete, artrite, tumori, otiti, infiammazioni delle mucose e delle vie respiratorie.

FALSI MITI A TAVOLA di Stefania Rimini MILENA GABANELLI – IN STUDIO Adesso a tavola con i falsi miti. Stefania Rimini.

AL MINUTO 02:00

ENZO SPISNI – FISIOLOGIA DELLA NUTRIZIONE UNIVERSITÀ DI BOLOGNA Il problema del calcio è che uno deve andare a vedere il bilancio del calcio, non solo quello che entra ma anche quello che esce. Quando uno ha una dieta particolarmente ricca in proteine animali – e il latte è un alimento certamente animale – quello che accade è che si acidificano le urine. Questa acidificazione delle urine crea un mancato riassorbimento del calcio, quindi il latte è un alimento che apporta calcio ma te ne fa anche perdere. Un altro problema del latte è che nella popolazione italiana circa il 50% è geneticamente intollerante al lattosio, cioè dovrebbe tenere bassi i carichi di lattosio per evitare che poi questo lattosio passi nell’intestino e venga fermentato.

STEFANIA RIMINI Irrita l’intestino in pratica?

ENZO SPISNI – FISIOLOGIA DELLA NUTRIZIONE UNIVERSITÀ DI BOLOGNA Esattamente, irrita l’intestino. E allora se noi sommiamo tutte queste problematiche del latte insomma io credo che dovremmo un po’ ripensarlo come alimento.

STEFANIA RIMINI FUORI CAMPO Ma se mi conviene smettere di bere latte, allora che dieta devo fare per assumere più calcio?

ENZO SPISNI – FISIOLOGIA DELLA NUTRIZIONE UNIVERSITÀ DI BOLOGNA Una dieta che sia molto spostata verso una componente vegetale, quindi frutta e verdura.

Fonte: https://www.facebook.com/pg/codiceabarre1/photos/?tab=album&album_id=782608881841191

 

 

 

ALLEVAMENTO BIOLOGICO

 

Fonte:

PDF : http://www.viverevegan.org/wp-content/uploads/2015/11/latte_2008.pdf

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